Una nuova indagine sulla ferocia di un passato che non dimentica attende il commissario Casabona. Dopo Ogni giorno ha il suo male, il secondo noir di Antonio Fusco ambientato sulle colline toscane.
RECENSIONE
E' una calda giornata di ferragosto. Il commissario Casabona è appena arrivato alla casa al mare sul golfo di Follonica con sua moglie Francesca quando squilla il cellulare: si tratta di un omicidio a Valdenza, e la competenza è sua. Così, nonostante sia rammaricato per il rapporto già incrinato con sua moglie, Casabona l'aiuta a scaricare i bagagli e corre via, verso le sue responsabilità di capo della Mobile. Ciò che si ritrova davanti, al suo arrivo sulla scena del crimine, è una vera e propria esecuzione: il cadavere era ai piedi di un castagno, il "castagno dell'impiccato", inginocchiato, con la fronte appoggiata al tronco, con una ferita da arma da fuoco alla nuca. Questo omicidio, in un paesino di pochi abitanti della Toscana, sarà solo uno degli eventi più recenti legati ad una vicenda nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, messa a tacere dagli interessi politici, dai servizi segreti, dagli esponenti del clero. Grazie alla tenacia del commissario Casabona e della sua squadra, la verità si svelerà a poco a poco.
La pietà dell'acqua è un noir che racconta quanto sia potente la verità. E' un romanzo che svela i legami invisibili che legano le storie tra loro, anche a distanza di decenni.Gli eventi non sono mai autoconclusivi, portano sempre con sé una scia di conseguenze a cui noi non badiamo, e che solo la forza della verità può portare a galla.
"La menzogna è rassicurante e con il tempo si fa dimenticare. La verità, invece, è rivoluzionaria. Se ci si abitua non basta mai. La cerchi dappertutto, senza chiederti quanto forte sarà la collera di chi l'ha nascosta dove tu l'hai scovata. L'amore per la verità ti fa diventare ladro delle debolezze altrui. Ti insegna a vedere al di là di ciò che è opportuno. Non si dovrebbe mai abusare della verità. Anche di troppa verità si può morire"
E' un romanzo assolutamente verosimile, narrato in maniera semplice, mai forzato. La location è particolarmente suggestiva: l'idea della diga che viene svuotata e che riporta alla luce a poco a poco i resti di un passato relativamente lontano con tutti i suoi segreti, le sue storie, i suoi amori e le sue vicende è estremamente rappresentativo della storia che viene narrata e della ricerca della verità che viene svelata passo dopo passo. La narrazione segue i naturali percorsi logici che scaturiscono dalla riflessione umana, e ci mostra quanto sia interessante il lavoro dell'investigatore che, a prescindere dalle tecnologie a cui può far ricorso, con la sua esperienza e la sua tensione al vero resta sempre lo strumento più efficace per portare avanti e concludere con successo le indagini più complesse. Ciò che ho apprezzato particolarmente sono le riflessioni del narratore, di carattere universale, sulla vita e tutto ciò che ad essa concerne,che rendono il lettore partecipe delle sorti della vicenda. Il mio parere su questa lettura è assolutamente positivo. Consigliatissimo!


















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Charles John Huffam Dickens è stato uno scrittore, giornalista e reporter di viaggio britannico. I nonni paterni erano stati domestici presso famiglie della nobiltà; il nonno materno, colpevole di appropriazione indebita, s’era sottratto all’arresto con la fuga. Nel 1824 il padre, un modesto impiegato con gusti e abitudini superiori alle sue possibilità, fu rinchiuso per debiti nelle carceri londinesi di Marshalsea e il piccolo Charles, interrotti gli studi, venne messo a lavorare per sei mesi in una fabbrica di lucido per scarpe. Questa precoce esperienza di miseria, umiliazione e abbandono (anche dopo la scarcerazione del padre, la madre aveva insistito perché Charles continuasse a lavorare) lo segnò in modo irreparabile. Dopo un’istruzione sommaria, lavorò come commesso in uno studio legale, poi come cronista parlamentare e collaboratore di giornali umoristici. Finché con Il Circolo Pickwick il ventiseienne Dickens diventò di colpo uno scrittore di successo. La sua popolarità aumentò con i romanzi successivi, che uscivano a dispense mensili, con le conferenze, gli spettacoli teatrali da lui organizzati (vi si esibiva anche come attore). Nel 1846 fondò un quotidiano, il «Daily News», che durò meno di un anno; dal 1850 al 1859 diresse il settimanale «Household Words». Innamoratosi della giovanissima Ellen Ternan, nel 1858 Dickens si separò dalla moglie, dalla quale aveva avuto dieci figli; ma la nuova relazione non fu fortunata. Se Dickens ha conosciuto in vita e fino ai giorni nostri una popolarità straordinaria, la sua fortuna critica è stata invece discontinua. La reazione antivittoriana finì spesso per confondere anche l’opera di Dickens tra le tipiche espressioni della società che essa rifiutava. La successiva rivalutazione non è mai stata immune, specie da parte della critica accademica, da riserve più o meno ampie. L’opera di Dickens non è certo esente da difetti, in parte riconducibili al superlavoro cui lo costringevano le ferree scadenze editoriali e il suo bisogno di essere sempre a contatto con il suo pubblico. Eppure, nonostante la mancanza di misura, gli errori di gusto, gli eccessi patetici e moralistici, Dickens è il maggior narratore inglese del suo secolo e tra i massimi di ogni paese. Dickens creò una nuova forma letteraria, il romanzo sociale, nel quale fuse e sviluppò due grandi filoni della narrativa inglese: la tradizione picaresca di Defoe, Fielding e Smollett e quella sentimentale di Goldsmith e Sterne. Egli tuttavia esplorò i generi più diversi, dal racconto di fantasmi a quello poliziesco, dal romanzo umoristico alla satira di costume.







